La scuola 2.0 raccontata da un’insegnante

scuol@ 2.0 Anna Locchidi Anna Locchi
insegnante del III Circolo Didattico di Perugia, referente del progetto cl@sse2.0 e responsabile di numerosi progetti complessi di istituto

Tra le più significative esperienze che si sono condotte nella scuola, merita soffermarci sul Piano Cl@ssi2.0 , oggi ormai superato da Scuol@2.0, e dalle sperimentazioni di Cl@sse3.0.

La sua importanza deriva dall’essere stata una geniale intuizione ministeriale tendente a raccogliere idee, percorsi e sperimentazioni dal basso, dalla scuola operativa che sa valutare bene cosa sia necessario e su cosa si può contare per fare della buona scuola.

È in questo quadro che 5 anni fa si inserisce la mia esperienza di Cl@ssi2.0. Il bando emanato dal Ministero dell’istruzione mirava a selezionare, tramite un concorso, le idee progettuali fautrici di buone pratiche, integrando la didattica tradizionale con le moderne tecnologie – informatiche, Ict, mediali, Lim, eccetera.

Poiché il bando prevedeva criteri selettivi piuttosto specifici – come la tipologia delle classi che potevano partecipare, le classi terze primarie – mi sono ritrovata a ideare un percorso da sviluppare con le classi terze in cui lavoravo. La mia esperienza tecnologico-informatica si è sviluppata con la partecipazione a corsi di formazione in tempi lontani, per curiosità, per intuizione per desiderio di crescere. Si è maturata sul campo, attraverso prove, tentativi, errori successi, vissuti con spirito di sfida verso il nuovo. Ad oggi non posso certo affermare di essere un’esperta di settore, ma di rivestire un ruolo di avanguardia soprattutto per la capacità di promuovere idee progettuali capaci di coinvolgere altri soggetti e collaborazioni.

Con il mio team solido e coeso, che da anni lavora insieme, ho ragionato e riflettuto a lungo su quale fosse il bisogno prevalente dei nostri bambini, dove volevamo portarli, quali conoscenze e competenze dovessero possedere per gestire e non farsi gestire le nuove tecnologie.

La scuola del gesso e della lavagna di ardesia ha ancora una funzione, il quaderno e il libro sono strumenti essenziali, ma … la scuola aveva il dovere di farsi protagonista di una nuova cultura che smorzasse l’idea del computer o dell’ipad per i videogiochi e nello stesso che utilizzasse questi strumenti per accrescere le conoscenze, per velocizzarle e per motivare gli alunni ad apprendere.

Su questa base, abbiamo progettato un’idea semplice ed efficace: trasformare internet e il suo accesso al servizio dei bambini e dei genitori, utilizzando due fattori innovativi: il linguaggio wiki e l’open source. Facile da scrivere, difficile da gestire, anche a causa delle scarse competenze di tutti noi.

Avvalendoci della fondamentale esperienza e competenza di un genitore esperto abbiamo cominciato a studiare e a sperimentare prima di tutto noi i sistemi linux: è stato un vero disastro e solo la paziente opera di incoraggiamento di Roberto (il genitore esperto) ci ha fatto andare avanti.

Mano a mano che scoprivamo il mondo dei linguaggi informatici, le idee aumentavano e si delineavano gli ambiti didattici sui quali agire: la lettura e la recensione di libri; le ricerche cooperative a distanza e a scuola sulle varie discipline per i ragazzi. La documentazione in wiki per noi. L’agenda dei compiti e delle comunicazioni per i genitori.

Avevamo trovato “la quadra” perché tutti se ne potessero avvantaggiare e nel contempo cominciassero a conoscere più da vicino questo magico mondo che fa sentire tutti vicini anche se sparsi sul pianeta.

Il progetto era nato ed ha avuto successo: con il finanziamento di 15.000,00 previsto per una classe 2.0, ne abbiamo allestite due, organizzandoci con Lim “casalinghe” ma con un netbook per ciascun bambino.

Abbiamo organizzato una caccia al tesoro per fare la festa di inaugurazione con tutti i genitori e per rendere wikipediani i bambini abbiamo scelto l’investitura come al tempo dei cavalieri. I bambini si sono sentiti importanti e entusiasti di essere protagonisti di realizzazioni che si potevano vedere in internet.

Da lì è partito il lavoro che ci ha accompagnato per tre anni, la cui efficacia è disponibile nell’ambiente www.wikiso.it Il lavoro di continuo scambio con i genitori coinvolti con mailing list apposite (e appositamente create anche per i bambini) ha garantito il filo ininterrotto di comunicazione, che ancora ora è utilizzato. Noi docenti abbiamo superato la paura del nuovo e ora è del tutto normale usare piattaforme didattiche, o per gli atti formali.

Insomma siamo a una svolta per la scuola e i nuovi linguaggi? No. Il progetto che avrebbe dovuto diffondere queste buone pratiche, testimoniate dalla crescita di competenze, di autonomia gestionale dei ragazzi, di conoscenza e uso di linguaggi informatici non si è diffuso in modo sistematico, se non a parole, neanche dentro la scuola.

Le buone pratiche, e se si fa un giro nella piattaforma Indire/Ansas ce ne sono veramente tante, non sono state selezionate, vagliate e inserite nella prassi quotidiana coinvolgendo capi di istituto e docenti dando fiducia di riuscita.

A questo problema se ne aggiungono altri che per certi versi aggravano le posizioni “conservatrici” delle risorse umane.

Abbiamo problemi gravi per la banda larga, non sappiamo come trovare i finanziamenti per pagare l’Adsl, gli strumenti sono pochi e vetusti e dobbiamo ringraziare il cielo perché enti pubblici e privati nel dismettere i pc, ce ne hanno fatto dono. Dei nostri 36 netbook, per mancanza di un sistema di allarme costoso, 19 sono stati rubati, con la conseguente frustrazione per i bambini e l’aumento delle difficoltà di uso.

Non c’è formazione garantita, cioè selezionata per le esigenze della scuola e del personale che, pure vorrebbe cimentarsi in questa crescita professionale. Un problema di costi, un problema di sinergie, un problema che non si può licenziare con un “arrangiatevi”.

Questa è la situazione. Allora tutto da buttare? Assolutamente no. Chi, come noi, ha avuto l’opportunità di vivere un’eccitante esperienza didattica, non può tornare facilmente al “guscio” della tradizione, e dare ragione a coloro che sostengono che “stiamo perdendo, a causa dei nuovi strumenti tecnologici, attitudini e capacità ad apprendere”, che la rete e i supporti digitali sono visti come strade pericolose, elementi facilitatori della distrazione” e che la rete ci rende stupidi” (Nicholas Carr).

L’esperienza che abbiamo condotto ci è entrata dentro, è divenuta parte della nostra professione, abbiamo cambiato il nostro modo di proporre le lezioni, di organizzarle, di gestirle. Sempre meno è la percentuale di tempo utilizzata con lezioni frontali tradizionali, pur necessarie. La flipped class è per me questo: sentirsi accompagnatori dei processi di crescita, non dirigere l’orchestra come se fosse composta da esecutivi, ma gestire le originalità che ci sono, dare spazio di ascolto alle idee che vengono dai ragazzi, dal loro lavoro in gruppo, magari facendo a turno per usare i pochi netbook rimasti. Significa stare accanto e lasciare liberi gli alunni di agire, di scoprire, di crescere in un ambiente protetto, guidati nelle scelte ma autonomi nella ricerca online, quanto in quella cartacea. Ahimè questo cambiamento è il nostro cambiamento: non è patrimonio di tanti altri colleghi che non hanno avuto l’opportunità che noi abbiamo avuto, insieme solo ad altre 120 scuole in Italia.

Se penso a ciò che è intercorso in questi cinque anni, vedo me stessa di nuovo in corsa per nuove idee poiché i bandi si sono perpetrati, con sempre minori finanziamenti e con la logica della disseminazione all’italiana: poco per tutti. Il risultato è che su 118 docenti, quanto è il collegio a cui appartengo, c’è il volontariato di chi ci crede e cerca di fare artigianalmente. È possibile dare un segnale di svolta a questa situazione?

I sistemi liberi sono una possibile soluzione, per esempio. Hanno continuo sviluppo e aggiornamento, non sono costosi e sempre più facili da usare; sono più flessibili e più adattabili alle esigenze didattiche contestuali perché non rigidamente strutturati. Si tratta solamente di diffondere la loro conoscenza.

Commesse che un ministero può contrattare per l’acquisto di strumenti e macchine potrebbero abbattere i costi di diffusione così come promuovere campagne pubblicitarie e sconti fiscali alle grandi aziende produttrici di materiali informatici. Come si può pensare di valutare la positività di uno strumento informatico, ad esempio la Lim, quando nella mia scuola ce ne è una sola per una ventina di classi?

Sovvenzionare progetti di cooperazione scuola/territorio, come è avvenuto per LibreUmbria a Scuola, potrebbe garantire l’abbattimento dei costi per la formazione.

Abbiamo bisogno di fare un passo avanti vero, di cambiare direzione investendo sulla crescita professionale e sulla cura dei nostri alunni affinché possano essere competitivi e competenti nel mondo odierno e per farlo occorre che il pubblico investa sulla scuola e nel contempo le richieda impegno al cambiamento e all’innovazione.

Non ci vuole molto, basta solo crederci.

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